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La depressione entro il 2020 sarà la seconda malattia più diffusa al mondo

La depressione entro il 2020 sarà la seconda malattia più diffusa al mondo - Michele Grassi - Neurologo

Ne soffrivano Virginia Wolf e Adolf Hitler, Cesare Pavese e Joseph Stalin. Personaggi diversi e spesso antitetici, tutti però accomunati dall'aver combattuto nel corso della vita una medesima e difficilissima battaglia: quella contro se stessi. Vittime illustri del "mal di vivere", queste figure storiche hanno dovuto imparare a convivere con la bestia nera della depressione, spesso naufragando nell'insuccesso che, in alcuni casi, li ha condotti al suicidio, drammatico epilogo di un lungo commino vitale poi conclusosi nel "vizio assurdo", come lo definì Pavese sottolineandone la costante pervicacia e l'ossessività.

A tutt'oggi questa malattia, la cui origine e la cui spiegazione sono da ricercarsi nell'intreccio fra dinamiche psicologiche e fattori biologico-funzionali, rimane un terreno caldo di confronto per la ricerca scientifica, come testimonia il Congresso "American Psychiatric Association", in corso di svolgimento in questi giorni a Toronto e in programmazione fino a giovedì prossimo. Psichiatri esperti di tutto il mondo sono giunti nella capitale canadese per discutere le nuove tendenze e le nuove frontiere, anche della farmacologia, in materia. Del resto stando alle valutazioni dell'Oms (Organizzazione mondiale della Sanità), la depressione entro il 2020 è destinata a diventare la seconda patologia più diffusa al mondo dopo le complicazioni cardiovascolari. Alla base di questa possibile crescita ci sarebbe l’allungamento della vita media, che comporta un conseguente aumento del rischio.

Un disturbo che nel caso del nostro paese coinvolge 1 milione e mezzo di persone, soprattutto anziani e donne, le quali risultano le più colpite con due terzi di loro affette dal disturbo depressivo. Alla base di questa tendenza ci sarebbe, come spiegato dal professor Claudio Mencacci del dipartimento di Psichiatria del Fatebenefratelli di Milano, l’influenza esercitata sulle donne dalla componente ormonale estrogenica, che le vede particolarmente esposte al rischio depressione soprattutto durante l’età fertile, mentre nell’età della pubertà e in quella post menopausa la probabilità di rimanerne vittima è pari a quella maschile. Anche la tiroide sarebbe fra i fattori biologici più condizionanti.

A questi malati cronici, si devono poi aggiungere quanti hanno comunque sofferto almeno una volta nel corso della vita di un episodio depressivo e che si attesterebbero a sette milioni di individui, cioè 15 persone su 100.

Per il professor Massimo Di Giannantonio, ordinario di Psichiatra all’Università “D’Annunzio” di Chieti che partecipa in questi giorni al congresso canadese, l’arma principale da impegnare nella lotta alla malattia deve essere una nuova prospettiva di cura: “Il paziente deve essere curato per tutto il tempo necessario, senza abbandonare la terapia prescritta. Solo in questo modo – spiega il professore – si evitano pericolose ricadute”. Uno fra i problemi principali che si annidano nella depressione è infatti proprio quello di un ripetersi dell’evento, soprattutto per pazienti che con la giusta cura e l’adeguata attenzione psicologica avrebbero potuto evitare il ripresentarsi della malattia. In sostanza, il rischio che bisogna contrastare è quello di un cronicizzarsi della patologia che, come spiegano sia il dottor Di Giannantonio che Paolo Pancheri, ordinario di Psichiatria a “La Sapienza” di Roma, è sempre in agguato: “Se il 50%, dopo il primo attacco, non necessiterà di cure ulteriori, un altro 50%, invece, dovrà fare i conti con un secondo episodio entro 4 anni, in media. Se, invece, non avrà ricevuto le cure mirate contro la depressione, dovrà affrontare altre crisi depressive cronicizzando, così, la malattia”. Da scongiurare, quindi, l’interruzione precoce delle cure prima di quella che viene definita “remissione”, ovvero la forma di restitutio ad integrum delle funzionalità del sistema nervoso del paziente, perchè aumenterebbe il rischio di nuovi possibili episodi.

Proprio su questo punto il congresso ha rappresentato l’occasione per poter presentare una nuova molecola, la quale si sarebbe dimostrata in grado di portare ad una diminuzione del 92% le probabilità di ricadute. La venlafaxina, sperimentata su 1000 persone per un tempo di due anni, è infatti riuscita ad agire sui neurorecettori della serotonina e della noradrenalina, migliorando la plasticità delle cellule del cervello (neuroni) e favorendo la loro replicazione. Una molecola che avrebbe anche il merito di agire contro il dolore e rafforzare le difese immunitarie, come ha spiegato Riccardo Torta, direttore di Psicologia clinica e oncologia all’università di Torino, impegnato da anni nello studio relativo alla relazione tra depressione e malattie come tumori e infarti.

Alla base di tutto, comunque, ci sarebbe secondo gli esperti la centralità di una corretta e precoce diagnosi: il riconoscimento dei segnali patologici come la ridotta volontà, la capacità di fare o di prendere decisioni, una diminuzione delle capacità cognitive come la memoria e l’attenzione, l’inappetenza, l’insonnia o il dolore senza spiegazioni fisiche, rimane una priorità per contrastare il fenomeno.

Il “male oscuro”, come lo chiamò in un suo celebre romanzo Giuseppe Berto, continua quindi a restare al centro dell’interesse clinico dell’intero mondo psichiatrico, ormai però consapevole della necessità di far sposare terapia farmacologica e supporto psicologico, soprattutto alla luce di un futuro tutt’altro che limpido, in cui la depressione è destinata a diventare probabilmente il “male del secolo”, almeno per una parte di umanità.

L’allarme lanciato sul futuro dal meeting canadese non ha però riguardato esclusivamente la patologia depressiva, ma si è esteso fino a coinvolgere la salute dell’infanzia. Una crescita della sindrome da iperattività o più generali problemi neurologici dovrebbero infatti registrare nei prossimi anni una netta crescita. “Una delle ragioni di questa maggiore suscettibilità - commenta Claudio Mencacci - è tutta biologica, ed è conseguenza diretta del carico di stress delle mamme che hanno partorito i bambini. Se le donne in gravidanza sono particolarmente depresse o stressate, infatti, l'ippocampo del cervello del feto si riduce anche del 20%, favorendo una probabilità più alta di sviluppare problemi neurologici”. Una tesi che lo stesso Mencacci ha supportato attraverso la presentazione di alcuni dati: “Un esempio che fa scuola è offerto dalle ricerche effettuate sulle donne che erano incinte a New York nei giorni dell'attentato alle Torri Gemelle. Ebbene l'ippocampo dei bambini nati successivamente a quell'evento è ridotto proprio in virtù degli stimoli psicologici subiti dalle donne”.
La medicina e la psicologia sono quindi destinate a rispondere alle nuove sfide cliniche, sempre più determinate dal contesto sociale.

(www.businessonline.it/5/StilidiVita/1196/depressione-depresso-malattia-diffusa-mondo.html)

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