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La Privalgia

La Privalgia - Michele Grassi - Neurologo

di Michele Grassi e Agatella Vecchio

La necessità di usare un solo termine per definire una specifica patologia che si inserisce tra la depressione e il grave dolore cefalalgico nasce tanti anni fa: coniare quindi una parola sola che potesse racchiudere in sé entrambi i "sintomi" é diventato sempre più indispensabile.

In passato questa sindrome veniva più semplicemente inquadrata ora come una pura forma depressiva con componenti somatiche, altre volte si preferiva concentrare l’attenzione solo sul dolore cefalagico nella speranza che la risoluzione di questo avrebbe avuto una ricaduta positiva sull’aspetto timico.

 Oggi, invece, sappiamo, dopo anni di esperienza, che questa demarcazione non è praticabile e che i risultati lasciano insoddisfatti il medico, ma anche il paziente che rimane alla ricerca di chi può dare risposta alla complessità del suo disturbo. Quest’ultimo non si sente rispecchiato nella diagnosi di cefalea quando avverte - rispetto ad altri che lamentano solo "mal di testa" - quell’apatia, astenia, anedonia che lo conduce spesso a ridurre le attività quotidiane; allo stesso tempo la diagnosi e la cura dell'aspetto depressivo non risolve quel costante e fastidioso dolore cefalalgico.

 In altre parole - partendo dall'attuale classificazione delle cefalee  ICHD-II e delle successive modifiche e prendendo le mosse dagli approfondimenti dell’Anircef (Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee) - si è voluto sintetizzare, con un unico termine, il particolare aspetto somatico della cefalea con le caratteristiche timiche e ideative tipiche di patologie psichiatriche che però non soddisfano, in questo specifico contesto, i criteri diagnostici del DSM IV TR.

 La diagnosi di Privalgia è specifica, devono essere presenti nella misura di  almeno 4 o più tra i seguenti criteri diagnostici:

  • dolore intermittente o cronico
  • vertigini
  • riduzione della capacità lavorativa
  • evitamenti comportamentali
  • depressione o nevrosi i cui sintomi non soddisfano i criteri diagnostici del DSM IV TR
  • deflessione del tono dell’umore di livello medio grave periodica o cronica
  • anedonia
  • astenia
  • ansia
  • disordini alimentari
  • tendenza a ridurre gli sforzi cognitivi
  • tendenza all’abuso di farmaci antidolorifici
  • tendenza a reagire allo stress con somatizzazioni dolorose

 CASO CLINICO

Il caso di Laura P. diviene esemplificativo di questa condizione patologica. Donna di 43 anni, coniugata separata, con un figlio adolescente, in atto convivente. La paziente riferisce che ricorda da anni periodici dolori cefalalgici che interferiscono gravemente con la quotidianità, e lamenta l’insoddisfazione per non essere riuscita, nonostante le terapie sostenute, ad eliminare il dolore. É il dolore il primo problema che esprime con qualunque medico: insorge lentamente solo su un lato, specie quello destro e poi si diffonde. Raggiunge un picco e resta elevato per un periodo variabile, alle volte anche per 18 ore consecutive. L'assunzione di farmaci antidolorifici ottiene un miglioramento, ma solo temporaneo o, in alcuni casi e sempre più spesso, non ottiene proprio nulla. Comunque alla fine del dolore resta una condizione generale di "sfiancamento", "esaurita nella mente e nel corpo".

 La paziente inoltre si descrive come una persona non ansiosa ma stressata, per via delle tante difficoltà della vita, anche in relazione ai conflitti con l’ex marito. Nel colloquio appare evidente la presenza di una vera ansia di tratto.

 Alle volte avverte forti sentimenti di tristezza, impotenza che la conducono anche ad irritabilità verso i congiunti più prossimi, ed anche ad alterazioni della condotta alimentare e del riposo notturno. Ha anche provato a praticare sport per scaricare la tensione come consigliato da medici ed amici, ma i tentativi sono subito stati interrotti. Non pratica hobby anche se dichiara interessi culturali ed artistici che però pensa di rinviare ad un periodo più sereno della sua esistenza. Al momento attuale non ritiene di avere ne il tempo ne la volontà di impegnarsi in altre attività, anzi alle volte evita volontariamente attività di svago proprio per economizzare le sue energie.

 In sintesi, si tratta di una persona adulta, insoddisfatta della sua esistenza sia sul piano lavorativo sia su quello affettivo. Scarsamente consapevole delle proprie caratteristiche, ritenendo gli altri responsabili delle sue problematiche. Non si tratta di una vera sindrome depressiva anche se alcuni medici l'hanno definita tale. Ma lei sottolinea più il problema del dolore che ritiene invece responsabile della scarsa qualità della sua vita. Si rende conto che se la terapia farmacologica é necessaria per sconfiggere il dolore, ma é cosciente del fatto che migliorare la qualità di vita significa affrontare tutte le problematiche insieme.

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  Al fine di una corretta diagnosi della Privalgia sono necessari una visita neurologica  e specifici test neuro-psicologici per non confondere questa patologia con solo la depressione o con solo la cefalea.

 Inoltre, è necessario approfondire la storia anamnestica del paziente, al fine di valutare la corrispondenza tra eventi stressanti e comparsa e/o riacutizzazione della sintomatologia. Un apposito questionario è stato creato per facilitare la raccolta dei dati rilevati e diviene guida alla diagnosi differenziale.

  La terapia prevede un approccio integrato che unisce il trattamento farmacologico in acuto e in cronico a metodiche di rilassamento come il training autogeno.

Attraverso l’approfondimento diagnostico e il trattamento della Privalgia si è finalmente data una risposta a quel gran numero di pazienti che finora vagavano, alla ricerca di una diagnosi soddisfacente tra medicina di base, terapia del dolore, psichiatria e neurologia, senza trovare il preciso riconoscimento della propria condizione. La Privalgia permette di dare un nome, un decalogo, uno status specifico a quanti si sono sentiti definiti inappropriatamente come depressi, ipocondriaci o cefalalgici, ma rimanendo sempre con una parte del proprio malessere non compreso e non curato, nell’attesa che l’uno o l’altro rimedio potesse poi risolvere anche gli altri aspetti del problema.

 Il privalgico è un paziente che mostra scarsa fiducia nella soluzione del suo problema ormai cronico, e per questo mostra alle volte una iniziale scarsa aderenza al trattamento che autogestisce. 

 Spiegare che si tratta di una sindrome complessa per cui è stato necessario coniare una nuova definizione permette di superare questo impasse iniziale: ottenere una diagnosi di Privalgia significa aver compiuto un passo avanti nella diagnosi del disturbo e nella sua terapia. Inoltre, lo status di sindrome specifica, permette anche al paziente di comprendere gli insuccessi terapeutici precedentemente vissuti e realizzare un nuovo approccio alla patologia.


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